Il compagno di Ingrid
Era la fine di agosto, precisamente mercoledì 27.
Mi chiamo Simone, ho 41 anni e vivo da solo in un piccolo appartamento. Erano le otto e mezza quando, appena sceso dal letto, sentii il rumore della pioggia battere contro le finestre.
Mi avvicinai alla finestra e guardai fuori. Il cielo era completamente coperto. Presi il cellulare dal comodino e controllai le previsioni: pioggia per tutta la giornata.
«Perfetto...» borbottai tra me e me.
Prima di andare al lavoro feci una doccia veloce. Poi indossai un paio di mutande nere, jeans e una maglietta blu a maniche corte.
Questa sera, una volta uscito dall'ufficio, avevo un impegno particolare. Dovevo accompagnare una mia collega dal medico di base.
Si chiamava Ingrid ed era di origine tedesca.
Lavoravamo entrambi in una multinazionale con diverse sedi sparse in tutto il mondo. Alcuni mesi prima l'azienda aveva deciso di trasferire diverse persone tra le varie filiali e, tra queste, c'era anche lei. Ingrid era stata trasferita dalla sede di Stoccarda a quella italiana.
Non aveva avuto molta scelta: o accettava il trasferimento oppure perdeva il posto di lavoro.
Il problema principale era la lingua.
Ingrid era in Italia da appena due mesi e, nonostante stesse frequentando un corso di italiano, riusciva a comunicare solo con poche parole e frasi semplici. Io, invece, parlavo abbastanza bene il tedesco e le nostre scrivanie erano una accanto all'altra.
Per questo, fin dai primi giorni, avevo cercato di darle una mano.
L'avevo aiutata con alcune pratiche burocratiche, e anche con l'iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale a scegliere un medico di base. Le avevo consigliato la mia stessa dottoressa.
Questo perché negli ultimi giorni Ingrid lamentava un dolore piuttosto fastidioso nella parte bassa della schiena. Il dolore aumentava soprattutto quando rimaneva seduta troppo a lungo.
Aveva provato ad aspettare, pensando che sarebbe passato da solo, ma non era stato così.
Così gli ho preso appuntamento.
Lo studio della mia dottoressa chiudeva alle diciotto. Noi terminavamo di lavorare alle diciassette e trenta e Ingrid, non essendo automunita, non sarebbe mai riuscita ad arrivare in tempo con i mezzi pubblici.
Per questo mi ero offerto di accompagnarla.
Alle diciassette e trenta precise uscimmo dall'ufficio.
Fuori continuava a piovere.
Raggiungemmo lo studio medico in auto e arrivammo con qualche minuto di anticipo. Una volta entrati nella sala d'attesa, guardai rapidamente intorno a me.
Con mia grande soddisfazione c'era soltanto un uomo, apparentemente sulla sessantina, seduto vicino alla porta.
La mia dottoressa lavorava esclusivamente su appuntamento e, generalmente, non si doveva aspettare molto.
Mi voltai verso Ingrid.
«Siamo dopo quel signore», le dissi in tedesco.
Lei annuì e ci sedemmo.
Passarono circa quindici minuti.
La porta dello studio si aprì ed uscì il paziente che si trovava all'interno. Subito dopo, sulla soglia comparve la dottoressa.
«Avanti il prossimo.»
Alzai lo sguardo e sorrisi.
Si chiamava Erika. Aveva poco più di sessant'anni, ma li portava davvero bene. Era alta, snella e aveva ancora un fisico tonico.
Non indossava il classico camice bianco. Quel giorno portava una semplice maglietta a maniche corte e un paio di pantaloni lunghi e aderenti.
Devo essere sincero: non era la prima volta che mi soffermavo a osservarla.
Il suo punto di forza, almeno secondo me, era il culo: piccolo, compatto e ancora molto sodo. Non nego che, più di una volta, mi fosse capitato di masturbarmi pensando a lei.
Quando si girò per rientrare nello studio, i miei occhi seguirono automaticamente le sue chiappe.
La visuale venne però interrotta dal signore che entrò nello studio chiudendo la porta alle sue spalle.
Attendemmo.
Dopo qualche minuto l'uomo uscì e, come prima, Erika si affacciò sulla porta.
«Avanti.»
Mi voltai verso Ingrid.
«Adesso tocca a te.»
Lei si alzò e si avvicinò alla porta dello studio.
Per un attimo il mio sguardo passò da Erika a Ingrid. La dottoressa mi voltava le spalle mentre rientrava, e subito dietro di lei camminava la mia collega.
Devo ammettere che anche Ingrid, dal punto di vista fisico, non era affatto male. Aveva anche lei un bel culo.
Mi rimisi a sedere e aspettai.
Mi aspettavo di dover attendere almeno un quarto d'ora.
Invece, dopo pochissimi minuti, la porta dello studio si aprì di nuovo.
Alzai con lo sguardo.
Erika era sulla soglia.
Mi guardò con un'espressione perplessa.
«Simone, puoi entrare un attimo?»
Mi avvicinai.
«Cosa succede?»
«La tua compagna parla solo tedesco. Non riesco a capire bene cosa abbia. Devi farmi da interprete.»
Entrai senza pensarci troppo.
Chiusi la porta alle mie spalle.
Erika si sedette nuovamente alla sua scrivania. Di fronte a lei c'era Ingrid, con un'espressione che oscillava tra l'ansia e lo smarrimento.
«Le ho chiesto se fuori c'era qualcuno che poteva aiutarla a comunicare», mi spiegò Erika. «Mi ha detto che c'era il suo compagno.»
Per un attimo non capii.
Non diedi troppo peso alla cosa.
Probabilmente Ingrid, cercando di parlare in italiano, aveva utilizzato una parola sbagliata.
«Va bene», dissi. «Traduco io.»
Mi rivolsi a Ingrid e le spiegai la situazione in tedesco.
Dopo qualche secondo di esitazione, annuì.
La prima parte della visita fu piuttosto semplice.
Erika iniziò a compilare la sua scheda personale.
Ingrid aveva quarantanove anni, era alta circa un metro e sessantacinque e pesava sessantacinque chili. Non aveva particolari problemi di salute, a parte un intervento di ernia inguinale sul lato sinistro effettuato alcuni anni prima.
Negli ultimi giorni, però, aveva avvertito un dolore piuttosto intenso nella parte bassa della schiena.
Tradussi ogni domanda e ogni risposta.
Quando Erika ebbe terminato di compilare la scheda, si alzò.
«Bene», disse. «Adesso devo visitarla.»
Si avvicinò al lettino e poi si voltò verso di me.
«Dille di togliersi i vestiti e di rimanere in biancheria intima. Poi può sedersi sul lettino.»
Rimasi immobile per un istante.
Fu in quel momento che la situazione cominciò a sembrarmi improvvisamente molto imbarazzante.
Mai, quella mattina, mentre scendevo dal letto ascoltando la pioggia, avrei immaginato di ritrovarmi lì, nello studio della mia dottoressa, a dover fare da interprete durante la visita medica di una collega.
Ingrid era semplicemente una collega.
L'idea di vederla in biancheria intima non era esattamente qualcosa che avevo previsto.
Pensavo che, dopo aver tradotto le istruzioni, Erika mi avrebbe fatto uscire dallo studio oppure avrebbe utilizzato un paravento.
Invece no.
Fu allora che capii finalmente il significato di quella parola.
Compagno.
La dottoressa pensava che io e Ingrid fossimo una coppia.
Probabilmente, nel tentativo di spiegare chi fossi, Ingrid aveva confuso le parole italiane. Al lavoro, infatti, alcuni colleghi le dicevano spesso:
«Se hai bisogno di qualcosa, chiedi al tuo compagno di scrivania.»
Oppure, scherzando:
«Chiedi al tuo compagno di banco.»
Forse aveva associato quella parola a me.
Tra lei ed Erika si era creato un enorme malinteso.
Avrei potuto chiarire tutto immediatamente, ma non lo feci.mi limitai a tradurre.
«La dottoressa deve visitarti. Devi toglierti i vestiti e rimanere in biancheria intima.»
Ingrid mi guardò.
Nei suoi occhi comparve immediatamente un'espressione di imbarazzo.
Si guardò intorno, poi guardò Erika e infine tornò a fissare me.
«Devo proprio?» mi chiese in tedesco.
«Sì, è per la visita», risposi.
Si tolse le scarpe.
Poi, lentamente, slacciò e sfilò la gonna color crema che indossava.
Il gesto, per quanto semplice, cambiò completamente l'atmosfera dello studio.
Rimase davanti a noi in biancheria intima, visibilmente a disagio.
Indossava un paio di mutandine bianche minimal, si riusciva a vedere perfettamente dei ciuffi di pelo che uscivano dalle sue mutande e il solco lasciato dai labbri della sua vagina.
Abbassò lo sguardo.
Poi mi parlò quasi sottovoce.
«Posso tenere la maglietta?»
La guardai.
«Perché?»
Esitò.
«Non indosso il reggiseno.»
Per un attimo rimasi in silenzio.
E fu in quel momento che, lo ammetto, cominciai a giocare con le traduzioni.
«Devi toglierti anche la maglietta, perché la dottoressa deve controllarti bene la schiena.»
Ingrid chiuse gli occhi per un istante, quasi per raccogliere il coraggio.
Poi sollevò lentamente la maglietta.
Cercò istintivamente di coprirsi con le mani il seno.
Per alcuni secondi riuscii comunque a vedere le sue tette. Direi che porta una terza
Non era più una ragazza, naturalmente. Il suo corpo mostrava i segni dell'età, ma questo non diminuiva affatto la bellezza di vedere una donna seminuda.
Ingrid si accorse del mio sguardo.
«Non guardare», mi disse in tedesco, cercando di sorridere nonostante l'imbarazzo.
Ma ormai era troppo tardi per fingere indifferenza.
Erika la fece sedere sul lettino e iniziò la visita.
Le misurò la pressione.
Poi prese lo stetoscopio e le controllò il respiro e i polmoni, prima sulla schiena e poi sul davanti.
Io traducevo le sue istruzioni.
«Respiri profondamente.»
«Trattenga il respiro.»
«Ancora una volta.»
Ogni gesto apparentemente normale assumeva, ai miei occhi, un significato diverso.
Il suo seno rimane completamente esposto al mio sguardo e io posso osservarlo in ogni dettaglio.
I capezzoli sono piccoli, mentre l'aureola ha un colore piuttosto scuro.
Il mio corpo cominciò a reagire.
Sentivo crescere dentro di me un'eccitazione indescrivibile.
Le mutande cominciarono a diventare improvvisamente troppo strette, il mio pene andò subito in piena erezione, Sento l'erezione pulsare all'interno delle mutande. Sento perfino dolore talmente è duro, vorrei infilarmi una mano nelle mutande per sistemarlo, ma cerco di resistere. Basterebbe qualche colpo per venire in una copiosa pioggia di liquido seminale ed imbrattare il pavimento.
Erika terminò i controlli preliminari e indicò il lettino.
«Dille di sdraiarsi a pancia in giù.»
Tradussi.
Ingrid obbedì.
La dottoressa iniziò a controllare la zona lombare con le mani, esercitando una pressione in diversi punti.
«Devi dirmi quando senti dolore», le spiegai.
Erika scese lentamente lungo la schiena.
Quando raggiunse la parte inferiore, la dottoressa, le abbassa leggermente le mutande e comincia a palparle la schiena con movimenti circolari con le mani.
Quando raggiunse il solco del culo, Ingrid reagì improvvisamente.
«Ah!»
Il suo corpo si irrigidì.
Erika continuò per qualche secondo, tastando con attenzione la zona dolorante.
Poi si fermò.
Mi guardò.
«C'è una forte sensibilità.»
Ingrid respirava profondamente.
Erika rimase pensierosa per alcuni istanti.
«Vorrei fare un controllo più approfondito. Potrebbe esserci un problema diverso da una semplice contrattura.»
Tradussi.
Ingrid mi guardò con una certa apprensione.
«Che tipo di controllo?»
Chiesi alla dottoressa.
Erika spiegò che, per escludere alcune cause del dolore, avrebbe voluto effettuare un controllo proctologico.
La situazione divenne ancora più imbarazzante.
La dottoressa le diede alcune istruzioni.
Ingrid scese dal lettino, e fatta mettere in piedi, facendo questi movimenti le mutandine che erano già abbassate per metà, le scivolano ulteriormente verso il basso. La sua vagina si trova a meno di un metro da me. Come avevo potuto intuire, non è depilata completamente, ma una peluria curata fa da contorno a quelle labbra vaginali ben pronunciate.
Non so se Ingrid si sia ormai rassegnata alla situazione oppure se stia semplicemente cercando di affrontare quella visita nel modo più naturale possibile, ma non sembra più preoccuparsi particolarmente di coprirsi o di limitare il mio campo visivo.
La dottoressa le chiede di girarsi di spalle e di piegarsi in avanti, appoggiando i gomiti sul lettino.
Praticamente, Ingrid si ritrova piegata a novanta gradi.
Con le mani, Erika le fa divaricare leggermente le gambe.
Io cercavo di mantenere un'espressione neutra, anche se dentro di me la situazione stava diventando sempre più difficile da gestire.
Mi spostai esattamente dietro a loro.
Ingrid si accorse del mio movimento e mi lanciò uno sguardo.
Non disse nulla.
Erika iniziò il controllo.
Con una mano gli tiene una chiappa divaricata. In quella posizione e con la luce del endoscopico, io entro in estasi. Il suo ano è bellissimo sembra bello stretto, il suo buchino è circondato da una aureola rosata, le sue grandi labbra vaginali si vedono pure da dietro. Avrei voluto che il tempo si fermasse per ammirare questa splendida opera d'arte all’infinito. Non appena la dottoressa gli infila l'endoscopio, Ingrid emette un gemito, ma non saprei se di piacere o di dolore.
Passarono alcuni minuti.
Io rimasi in silenzio, cercando di concentrarmi esclusivamente sul culo di Ingrid.
Alla fine Erika terminò la visita.
«Può rivestirsi», disse.
Tradussi immediatamente.
Ingrid si rialzò e cominciò a recuperare i suoi vestiti. Io rimasi a guardarla l’ultima volta la sua vagina e le sue tette.
Fu soltanto allora che mi resi conto di quanto fosse evidente la mia eccitazione.
Mi voltai leggermente per cercare di nasconderla.
Una volta rivestita, Ingrid tornò a sedersi davanti alla scrivania della dottoressa.
Erika spiegò l'esito della visita.
Aveva riscontrato un'infiammazione locale e alcune piccole emorroidi che potevano provocare fastidio e dolore irradiato alla zona lombare. Non sembrava nulla di grave e, con una terapia locale, il problema avrebbe dovuto risolversi nel giro di pochi giorni.
Prescrisse una pomata da applicare due volte al giorno.
Tradussi tutto.
Finalmente Ingrid sembrò rilassarsi.
Il suo viso si distese e accennò un sorriso.
Poi, in un italiano incerto, si rivolse alla dottoressa.
«Per ringraziare... posso offrire un caffè?»
Erika sorrise.
«Volentieri.»
Ingrid si voltò verso di me.
«In Germania ci piace offrire qualcosa per ringraziare qualcuno.»
Erika si alzò e guardò nella sala d'attesa.
Era vuota.
«Siete gli ultimi. Un caffè lo prendo volentieri.»
Io, però, ero ancora completamente distratto da tutto quello che era successo.
Fu Erika a riportarmi improvvisamente alla realtà.
«Ma prima», disse guardandomi, «visto che sei qui, potrei visitare anche te. È da parecchio tempo che non ti fai vedere.»
La guardai sorpreso.
«Adesso?»
«Adesso.»
Non sapevo cosa rispondere.
Fisicamente stavo bene.
Non avevo nulla di particolare da segnalare.
Quindi, dopo qualche secondo, annuii.
«Va bene.»
Mi sedetti davanti alla sua scrivania mentre Ingrid rimaneva accanto a me.
Erika aprì la mia cartella clinica sul computer.
«Vediamo...»
Scorse alcuni dati.
«È passato parecchio tempo dall'ultima volta che hai fatto gli esami del sangue.»
Cominciò a digitare.
«Ti prescrivo un controllo completo.»
Stampò la ricetta.
Poi continuò a leggere.
«E anche dall'ultima visita è passato più di un anno.»
Si fermò.
Alzò lo sguardo verso di me.
«Facciamo un controllo generale.»
Si alzò dalla sedia.
E si diresse verso il lettino.
Dentro di me pensai:
Cazzo. Questa scena mi sembra terribilmente familiare.
La seguii.
Cercavo di tranquillizzarmi.
Indossavo una maglietta a maniche corte. Pensavo che mi avrebbe semplicemente misurato la pressione e controllato qualche valore.
Ma Erika si voltò verso di me.
«Spogliati. Rimani soltanto in mutande.»
Rimasi immobile.
Merda.
Non era certo la prima volta che mi trovavo in mutande davanti a qualcuno.
Il problema era un altro.
Ero ancora tremendamente eccitato per tutto ciò che era successo pochi minuti prima.
La mia erezione non era affatto diminuita, avevo il pene duro come una roccia.
Mi tolsi lentamente le scarpe.
Poi la maglietta.
Cercavo disperatamente di prendere tempo.
Speravo che, distraendomi, la situazione migliorasse.
Ma non accadde.
Ingrid, nel frattempo, si era avvicinata.
Quando incrociai il suo sguardo, notai immediatamente un piccolo sorriso.
Uno sguardo divertito.
Curioso.
Quasi complice.
Mi sfilai lentamente anche i jeans.
Rimasi in mutande.
Abbassai lo sguardo.
La situazione era evidente.
Non c'era alcun modo di nascondere l'erezione, che spingeva contro le mutande.
Alzai gli occhi.
Ingrid era ancora lì.
Più vicina di prima.
Mi fissava senza dire nulla.
Sembrava contemporaneamente divertita e incuriosita.
Erika, invece, faceva finta di non aver notato niente.
O almeno così voleva farmi credere.
«Siediti sul lettino.»
Obbedii.
Mi misurò la pressione.
Poi controllò le ghiandole del collo.
Mi fece aprire la bocca e controllò la gola.
Successivamente prese lo stetoscopio.
Mi ascoltò i polmoni e il cuore.
Io cercavo di pensare ad altro. Qualunque cosa.
Finalmente, quando terminò, pensai:
Bene. Ora posso rivestirmi.
Ma Erika non aveva ancora finito.
«Scendi dal lettino.»
La guardai.
«Mettiti in piedi vicino alla parete.»
Obbedii.
«Devo misurare l'altezza.»
E fu allora che la situazione diventò completamente assurda.
Ero in piedi contro una parete, in mutande, con le braccia lungo i fianchi e con il pene in piena erezione impossibile da ignorare.
Erika terminò di prendere la misura.
Poi, con un tono apparentemente professionale ma con un evidente sorriso sulle labbra, disse:
«Non pensavo che vedere Ingrid nuda potesse provocarti tutto questo sconquasso ormonale.»
Rimasi senza parole.
Ingrid, evidentemente, comprese almeno in parte ciò che aveva detto.
La sua espressione cambiò.
Poi scoppiò a ridere.
Erika fece lo stesso.
Io diventai completamente rosso.
«Non è poi così piacevole», dissi. «Dopo un po' comincia perfino a fare male.»
Erika tornò improvvisamente seria.
«Un'erezione può essere perfettamente normale, Simone. Il dolore, invece, va controllato.»
Cercai di spiegare.
«No, forse mi sono espresso male. È soltanto che...»
Ma non mi lasciò terminare.
Si avvicinò.
Con un gesto improvviso, abbassò l'elastico delle mie mutande lasciandole cadere sui miei piedi.
Io rimasi completamente immobile, non mi aspettavo un gesto simile. Il mio pene era in quel momento visto da Erika e da Ingrid.
Ingrid spalancò gli occhi.
Per un istante sembrò incredula quanto me.
Erika, invece, continuava a comportarsi come se si trattasse di una normale visita medica.
Cominciò un controllo accurato.
Palpò la zona inguinale e i testicoli, la sua bocca era a pochi centimetri. Sentivo il suo respiro sulla mia cappella.
Io cercavo di rimanere immobile, ma ogni contatto rendeva la situazione ancora più difficile.
Sentivo il sangue pulsare.
Il cuore accelerare.
La presenza di Ingrid a pochi passi da me rendeva tutto ancora più assurdo.
Erika continuò il controllo, con una mano scappellò il mio glande e osservò il glande bello gonfio e di un colore rosato scuro.
Vi giuro che il palpeggiamento dei testicoli più il movimento della sua mano per scappellare il glande, mi stava facendo venire, sentivo già il liquido salire.
Poi per fortuna si fermò.
«Potrebbe essere soltanto un fastidio passeggero», disse. «Ma preferisco prescriverti alcuni esami.»
Tornò alla scrivania.
Io rimasi lì, completamente nudo, mentre Ingrid mi osservava.
Erika stampò due ricette.
Una per un'ecografia inguinale.
L'altra per uno spermiogramma.
Mi porse i fogli.
«Ecco. Poi prenoti gli esami.»
Finalmente aggiunse:
«Puoi rivestirti.»
Mi rimisi lentamente i vestiti.
Ingrid rimase lì accanto.
I nostri sguardi si incrociarono più volte.
Nessuno dei due diceva nulla.
Ma avevo la netta sensazione che, una volta usciti da quello studio, avremmo dovuto parlare.
Pochi minuti dopo chiudemmo lo studio e uscimmo tutti e tre.
Fuori aveva finalmente smesso di piovere.
Ci dirigemmo verso il bar per prendere il caffè.
Erika camminava davanti a noi.
Ingrid era al mio fianco.
Io continuavo a pensare a tutto ciò che era successo nelle ultime ore.
Alla visita.
Al malinteso sul fatto che fossimo una coppia.
Al modo in cui Ingrid mi aveva guardato.
E, naturalmente, alla prescrizione che tenevo ancora stretta in mano.
Lo spermiogramma.
Guardai Ingrid.
Lei si accorse che la stavo osservando e sorrise.
Un sorriso diverso da quelli che le avevo visto fare fino a quel momento.
«Cosa c'è?» mi chiese in tedesco.
Esitai per qualche secondo.
Poi sorrisi anch'io.
«Dopo il caffè devo chiederti una cosa.»
Ingrid inclinò leggermente la testa.
«Che cosa?»
Guardai nuovamente la ricetta.
«Riguarda uno degli esami che mi ha prescritto la dottoressa.»
Lei abbassò lo sguardo verso il foglio.
Lesse la parola.
Poi alzò lentamente gli occhi verso di me.
Per qualche secondo non disse nulla.
«Che esame si tratta, non conosco questa parola»
Un sorriso si allargò sulla mia faccia.
«Dopo il caffè ti spiego, forse mi puoi dare una mano»
E in quel preciso momento capii che la giornata non era ancora finita.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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